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Diario


23 novembre 2008

L'epistolario di Isaiah Berlin

 


Che Isaiah Berlin fosse un conversatore brillante è noto. Chiunque lo ha incontrato, anche una volta soltanto, non mancava di rimanere colpito dal modo in cui lo studioso britannico incantava i propri ascoltatori, che finivano per essere come ipnotizzati dal tono inconfondibile della sua voce. La profondità del timbro, il ritmo incalzante delle frasi, la capacità di caratterizzare con un aggettivo appropriato o una metafora eloquente libri e pensatori, uomini politici e dame del bel mondo. Non c’è da sorprendersi, dunque, se alla sua morte più d’uno, tra coloro che l’hanno commemorato, ha ipotizzato che la conversazione è probabilmente l’aspetto della personalità di Berlin che sarebbe stato rimpianto maggiormente, sia da chi gli voleva bene sia da chi lo conosceva solo per averne ascoltato una conferenza o seguito una lezione. A distanza di più di un decennio dalla scomparsa – e mentre si avvicina il centenario della nascita – l’ipotesi ha trovato conferma. In larga misura grazie all’impegno e alla dedizione di Henry Hardy, il curatore del lascito letterario di Berlin, l’eco di quella conversazione affascinante non è del tutto spenta. Essa infatti continua ad affiorare di tanto in tanto dalle pagine degli inediti pubblicati in questi anni.

Una delle testimonianze più significative delle doti di questo “captivating conversationalist” – per riprendere la felice formula impiegata da Alan Ryan – si trova nella corrispondenza. Per noi è difficile immaginare che scrivere lettere potesse avere un ruolo così importante nella vita delle persone. Eppure è evidente che per Berlin e i suoi interlocutori fosse un’attività dal fascino irresistibile. Pettegolezzi accademici e sentimentali, divagazioni letterarie e riflessioni filosofiche sono il tessuto connettivo di un epistolario monumentale, di cui è uscito per il momento soltanto il primo volume, che si annuncia come uno dei più ricchi e interessanti della seconda metà del novecento. Oggi finalmente una selezione dal primo volume di tale epistolario appare in italiano per i tipi di Adelphi, che ha già pubblicato buona parte delle opere di Berlin. Anche se, rispetto all’edizione originale, questa si presenta piuttosto come un’antologia i lettori non avranno di che lamentarsi. Ci sono pagine memorabili, come quelle dedicate al primo viaggio in Palestina, oppure quelle in cui si manifesta il progressivo deterioramento dei rapporti con Adam von Trott. L’aristocratico tedesco, che Berlin aveva conosciuto a Oxford, era accusato dallo studioso di acquiescenza nei confronti del nazismo per essere ritornato in Germania accettando un lavoro nella diplomazia del terzo Reich. La rottura con von Trott ha continuato a tormentare Berlin per tutta la vita. Infatti, qualche anno dopo aver accettato l’incarico, von Trott fu arrestato e condannato a morte dal regime per aver partecipato al complotto contro Hitler. Nelle lettere tradotte in italiano il tormento di Berlin per quello che avverte come il “tradimento” dell’amico è evidente nell’insolita severità con cui ne scrive. In effetti, quella dell’amicizia tra von Trott e Berlin è una vicenda tanto affascinante da aver ispirato di recente perfino un romanzo, The Song Before it is Sung, di Justin Cartwright (Bloomsbury, London 2007).

D’altro canto non stupisce che Isaiah Berlin non fosse disposto a concedere attenuanti a chi collaborava con il nazismo, anche se diceva di farlo per promuovere la causa della pace. In particolare la corrispondenza con i genitori mostra quanto profonda fosse per il giovane Isaiah, ebreo emigrato dalla Russia, la consapevolezza della propria identità e la sensibilità al destino del popolo di Israele. A tal proposito, oltre a quelle scritte durante il viaggio in Palestina, sono di grande interesse le lettere che testimoniano la maturazione di una coscienza nazionale da parte di Berlin che lo porta, negli anni del soggiorno statunitense durante la seconda guerra mondiale, a impegnarsi in modo sempre più deciso in favore del movimento sionista.

Tuttavia, sbaglierebbe chi pensasse che le lettere di Berlin hanno un interesse esclusivamente storico. Nei momenti migliori esse ricordano la prosa del giovane Evelyn Waugh, e il divertimento è assicurato.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 23 novembre 2008

Isaiah Berlin, A gonfie vele, a cura di Henry Hardy, edizione italiana a cura di Flavio Cuniberto, Adelphi, Milano 2008, pp. 380.


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