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Diario


23 novembre 2008

Justice at War

 In questi giorni Barack Obama ha un’agenda fitta di impegni, che prevede incontri per mettere a punto la squadra di governo e il programma. La crisi economica è destinata ad avere uno spazio importante in questi colloqui. Tuttavia, non è difficile immaginare che la questione della sicurezza – e in particolare della minaccia terroristica – è tra quelle che richiederanno approfondimento da parte del nuovo presidente. Nel bene e nel male – molti ritengono soprattutto nel male – i due mandati di George W. Bush passeranno alla storia come condizionati in maniera determinante dall’attentato dell’undici settembre 2001 e dall’impatto che ha avuto sui cittadini degli Stati Uniti. Bush ha plasmato la propria immagine come quella del “comandante supremo” di una nazione minacciata. Su questa scelta di fondo, e sulla sua dimensione simbolica, ha giocato le proprie carte con l’opinione pubblica. Con questo modello Obama è chiamato a misurarsi.

L’esito della sfida non è per niente scontato. Nonostante ciò che si dice tra Monteverde e Trastevere, una parte dell’elettorato statunitense lo attende alla prova dei fatti. Come reagirà Obama al prossimo attacco terroristico? Come si comporterà nei confronti di quei paesi che, in modi diversi, sostengono o incoraggiano il terrorismo? Forse qualche indicazione potrebbe venire dalla lettura dell’ultimo di libro di David Cole, professore della Georgetown University, che è stato tra i giuristi più impegnati contro le politiche dell’amministrazione Bush in materia di sicurezza e lotta al terrorismo. Si tratta di una raccolta di scritti, pubblicati in origine su la New York Review of Books, che delineano un profilo degli uomini e delle idee che hanno modellato la guerra americana contro il terrorismo dopo l’undici settembre del 2001. Rispetto ad altri lavori simili, questo di David Cole si segnala per la prospettiva dell’autore che è essenzialmente quella di un costituzionalista. Non abbiamo a che fare dunque con un’inchiesta giornalistica – anche se i fatti non mancano e sono spesso di grande interesse – ma con un saggio che contesta radicalmente la concezione della giustizia e del diritto che in questi anni ha ispirato, talvolta in modo surrettizio, le iniziative dell’amministrazione Bush. Per questo Justice at War è stato in queste settimane tra le letture di diversi commentatori politici, e non sarei sorpreso di scoprire che lo stesso presidente abbia trovato modo di sfogliarlo.

Si tratta pur sempre del lavoro di un collega. Infatti, vale la pena di sottolinearlo, Barack Obama ha insegnato per più dieci anni proprio diritto costituzionale alla Law School dell’università di Chicago. Cass Sunstein, uno dei più noti giuristi americani, ha segnalato questa come una delle caratteristiche più significative del nuovo presidente. Nel corso di un’intervista con un quotidiano dell’Illinois, Sunstein ha affermato “non mi pare che abbiamo mai avuto un presidente che sappia quanto lui sulla Costituzione”. Questa familiarità con il testo fondamentale della tradizione politica americana – la carta che ha dato forma alle aspirazioni morali dei “padri fondatori” degli Stati Uniti – dovrebbe rendere Obama particolarmente sensibile agli argomenti di David Cole. Per lo studioso, l’approccio dell’amministrazione Bush al diritto si può riassumere dicendo che la legge è stata concepita come ostacolo al lavoro del governo. Dato che la Costituzione è la legge suprema, quella che pone i vincoli più stringenti all’operato dell’esecutivo, essa è l’ostacolo più formidabile di cui liberarsi. A tale compito si sono dedicati uomini come l’Attorney General John Ashcroft, il consulente della Casa Bianca Alberto Gonzales e quello del dipartimento della giustizia John Yoo. Cole descrive le strategie impiegate da questi e da altri esponenti dell’amministrazione uscente per eludere il dettato costituzionale in ogni area che avesse a che fare, anche in modo indiretto, con la sicurezza nazionale. Lo schema di fondo è sempre lo stesso: “interpretare le leggi, preferibilmente in segreto, per permettere ciò che esse, secondo ogni lettura normale, proibirebbero. Quando queste interpretazioni divengono pubbliche, difenderle in modo aggressivo, indipendentemente dal merito, sostenendo che, in ultima analisi, le azioni sono state compiute per prevenire un altro attacco terroristico”.

Questo modo di procedere si lega direttamente all’immagine del presidente come “comandante supremo” di una nazione in guerra. Proprio alla guerra, e alle esigenze che essa impone, si richiamano tutti i tentativi di giustificare le iniziative dell’amministrazione che appaiono più evidentemente incompatibili con la Costituzione, come ad esempio l’uso del “waterboarding”, un metodo di interrogatorio che consiste nel provocare nel prigioniero la sensazione di essere sul punto di affogare per farlo crollare emotivamente. Per i giuristi di Bush, il “waterboarding” non è una tortura perché non produce danni permanenti. Cole mostra che si tratta comunque di un trattamento inumano che oltretutto viola il dettato della convenzione di Ginevra. Su questo fronte, cioè sulla questione dell’applicabilità del diritto internazionale al conflitto con Al-Queda, c’è stato uno dei confronti più duri tra l’amministrazione Bush e i difensori di un approccio più tradizionale – e più rispettoso della Costituzione – alla guerra al terrorismo.

“La Costituzione non è un patto suicida”, a questa massima si richiama spesso chi difende le buone intenzioni dell’amministrazione Bush. Lo ha fatto anche Richard Posner, che ha sostenuto che il rispetto dei principi costituzionali andrebbe sempre bilanciato con i costi che esso comporta da altri punti di vista, per esempio la sicurezza dei cittadini. La strada indicata da Posner è quella di una Costituzione a “geometria variabile” che si estende o si contrae a seconda della contingenze politiche. A questa tesi Cole si oppone con vigore, sostenendo invece che la Costituzione incorpora un impegno nei confronti del principio che supera i giudizi ad hoc che si suppone siano ispirati dal pragmatismo. In particolare, tale impegno riguarda i principi di libertà, eguaglianza e dignità, che non possono essere liquidati con la scusa del bilanciamento. Una posizione che ricorda molto da vicino quella di John Rawls. Cole ricostruisce i passaggi più significativi della lotta in difesa della Costituzione, come la sentenza della Corte Suprema nel caso Hamdan v. Rumsfeld. Leggendo il libro si capisce che Obama ha molto da fare per ripristinare la “Rule of Law” e le garanzie fondamentali in un settore, come la lotta al terrorismo, dove la tentazione di ignorare le forme è direttamente proporzionale alla percezione del pericolo. Nei prossimi mesi capiremo se, e in che misura, il nuovo presidente ha intenzione di seguire i consigli di David Cole o quelli di Richard Posner.

David Cole, Justice at War. The Men and Ideas That Shaped America’s War on Terror, New York Review Books, New York 2008, pp. 147, $ 14.95.

Pubblicato su Il Riformista il 23 novembre 2008



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