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Diario


16 novembre 2003

Richard Wollheim


Richard Wollheim, che si è spento il 4 novembre nella sua casa di Londra, è stato uno dei filosofi inglesi più originali della seconda metà del novecento. Nato nel 1923, era figlio di un impresario di danza di origine tedesca. Cresciuto in un ambiente cosmopolita (Stravinsky e Picasso frequentavano il salotto paterno), Richard sviluppa curiosità intellettuali e una sensibilità artistica fuori dal comune. Come per molti giovani della generazione che si affaccia alla maturità all’inizio degli anni quaranta la guerra è un’esperienza decisiva.

In Fifty Years On (un saggio pubblicato dalla London Review of Books nel 1994) Wollheim racconta di come, catturato, sia riuscito a fuggire in modo rocambolesco, facendosi passare per francese. Dopo la guerra, ritorna ai libri di storia, e poi di filosofia, al Balliol College di Oxford. Prima che finisca gli studi Alfred J. Ayer gli promette un posto nel dipartimento di filosofia di University College a Londra. La promessa sarà mantenuta, ed è l’inizio di una brillante carriera che culmina con la nomina a Grote Professor of Mind and Logic, come successore di Stuart Hampshire e dello stesso Ayer.

Il primo libro di Wollheim (1959) è uno studio su James Bradley, l’idealista oggetto di critiche spietate da parte di Russell e Moore. Wollheim non condivide le conclusioni di Bradley, ma ne rivaluta la statura di pensatore, mostrando l’interesse di certe sue tesi sulla mente e sullo sviluppo della personalità. Proprio da questi temi nasce l’interesse per la psicanalisi, che a quei tempi era guardata con sospetto dai filosofi del suo ambiente. Di Freud si occupa una seconda monografia di carattere storico (1971) che viene ristampata più volte, e segna l’inizio di una nuova fase di fertile incontro tra la filosofia analitica e la psicanalisi. Wollheim è interessato in particolare agli aspetti della mente che hanno a che fare con il modo in cui una persona acquista coscienza, sviluppando una concezione di sé come agente, con desideri ed emozioni, ed imparando ad affrontare le ansie e il senso di colpa che ad esse si associa, caratterizzando la dimensione della responsabilità. Proprio all’analisi di cosa si provi ad essere una persona è dedicato The Thread of Life (1984) che con On the Emotions (1999) costituisce il contributo di maggior rilievo di Wollheim alla filosofia della mente. In entrambi i casi, si tratta di libri affascinanti, a tratti idiosincratici, scritti in uno stile fluido, quasi letterario, ben lontano dall’austerità di buona parte delle filosofia analitica contemporanea.

L’interesse per la mente colora anche la passione, da sempre coltivata, per le arti figurative. Wollheim è forse il filosofo analitico che ha dato i contributi di maggior rilevo all’estetica, una disciplina che non aveva conosciuto gran fortuna con i primi esponenti di tale stile di pensiero. Art and Its Objects (pubblicato nel 1968, e ristampato in una seconda edizione, ampliata, nel 1980) è una riflessione serrata sulla natura dell’arte e sull’ontologia delle opere d’arte. Wollheim critica le teorie di Croce e di Collingwood, sostenendo che l’opera d’arte non è un oggetto ideale, ma qualcosa che si può comprendere solo all’interno di un processo, che deve essere studiato anche in una dimensione storica, al quale prende parte non solo l’artista, ma anche lo spettatore. L’arte è una forma di vita che non sarebbe possibile senza una serie di capacità intellettuali e percettive, e di abilità nel manipolare la materia, che rivelano anche degli aspetti importanti della natura umana. Lo spunto viene sviluppato nelle Mellon Lectures, tenute a Washington nel 1984, e pubblicate in volume come Painting as an Art (1987). In questo volume affascinante, che ancora oggi è al centro del dibattito, Wollheim indaga il rapporto tra la pittura e la struttura dell’azione umana, riprendendo e ampliando gli argomenti presentati nei lavori sulla filosofia della mente e sui fondamenti della psicanalisi. Come spesso accade ai filosofi, la morte ha interrotto un itinerario di ricerca che non si era ancora concluso, privando i lettori di un pensiero di insolita lucidità, espresso in uno stile brillante, ironico, di grande umanità.

Pubblicato su Il Sole Ventiquattrore il 16 novembre 2003

Si ricorda:

Rob van Gerwen (ed. by), Richard Wollheim on the Art of Painting: Art as Representation and Expression, Cambridge University Press; Cambridge 2001, pp. 300, £ 35.35.


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permalink | inviato da Mario Ricciardi il 16/11/2003 alle 21:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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